informazione e conflitto d'interesse: una storia tutta italiana...

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Messaggio  antonio di giorgio il Ven Gen 21, 2011 10:16 pm

Oggi esordisce in questo blog una nuova rubrica chiamata “società e diritto”, la quale si pone come obiettivo quello di creare uno spazio di riflessione che prediliga una spiegazione giuridica degli argomenti che andrà a trattare. Il primo numero abbiamo deciso di dedicarlo ad uno dei più grandi dilemmi che il nostro Paese ci pone davanti agli occhi tutti i giorni: la comunicazione. Sono anni ormai che sentiamo parlare di come la comunicazione sia mal gestita in Italia, di come abbia preso vita una sorta di monopolio naturale composto da reti televisive, quotidiani, settimanali, case editrici, che fanno capo al nostro presidente del Consiglio. Cercheremo di dimostrare, attraverso un excursus delle maggiori leggi inerenti alla comunicazione, che questo monopolio tanto naturale non è.

Tanto per cominciare dobbiamo sapere che fino a metà degli anni '70 il servizio televisivo nazionale era interamente compreso nelle reti di Stato. La prima legge che aprì le porte delle reti private fu la legge n° 103/75 (cd riforma televisiva), la quale dava la possibilità di creare un'emittente televisiva privata a livello regionale, garantendo tuttavia il principio del monopolio statale che trasmetteva su scala nazionale.


Nel 1984 questo monopolio fu violato da un polo privato di emittenti televisive (Fininvest) che, attraverso il cd “sistema di cassettizzazione”, riusciva a trasmettere contemporaneamente gli stessi programmi sulle frequenze locali di tutte le regioni italiane. In reazione a questa evidente violazione del principio del monopolio statale, la politica non condannò questo sistema creatosi in malafede, bensì si adattò a tale sistema legiferando in modo tale da tramutare una situazione di fatto in una situazione di diritto. Fu cosi che i decreti Berlusconi (in riferimento all'allora presidente Fininvest Silvio Berlusconi) emanati dal Governo Craxi permisero la nascita di emittenti privati che potevano trasmettere su scala nazionale.

Anni dopo, nel 1990, Vittorio Feltri, all'epoca direttore del settimanale "l'Europeo", commentò il varo degli atti normativi con queste parole: "Per quattordici anni, diconsi quattordici anni, la Fininvest ha scippato vari privilegi, complici i partiti: la Dc, il Pri, il Psdi, il Pli e il Pci con la loro stolida inerzia; e il Psi con il suo attivismo furfantesco, cui si deve tra l'altro la perla denominata 'decreto Berlusconi', cioè la scappatoia che consente all'intestatario di fare provvisoriamente i propri comodi in attesa che possa farseli definitivamente. Decreto elaborato in fretta e furia nel 1984 ad opera di Bettino Craxi in persona, decreto in sospetta posizione di fuorigioco costituzionale, decreto che perfino in una repubblica delle banane avrebbe suscitato scandalo e sarebbe stato cancellato dalla magistratura, in un soprassalto di dignità, e che invece in Italia è ancora spudoratamente in vigore senza che i suoi genitori siano morti suicidi per la vergogna."

Negli anni '90 la legge Mammi e la legge Maccanico dettarono la linea del sistema radiotelevisivo pubblico e privato. La prima introduceva l'obbligo per un soggetto privato di non possedere più del 25 % delle reti trasmesse a livello nazionale; la ratio di questa legge era garantire il pluralismo dell'informazione. Tuttavia, una sentenza della Consulta ritenne costituzionalmente illegittimo il limite della suddetta legge poichè esso non rispettava la eguale possibilità di garantire l'ingresso nel mercato di diversi players. Un ulteriore intervento legislativo fu la legge Maccanico del 1997, la quale riduceva il limite al 20%. La Corte Costituzionale giudicò negativamente anche tale intervento legislativo, contestando la mancata pronuncia di un termine di trasferimento sul satellite per le reti eccedenti tale limite entro il 31 dicembre 2003.

La risposta politico-legislativa alla sentenza della Consulta fu la legge Gasparri del 2004, la quale fu una delle leggi più discusse del Governo Berlusconi II. In pratica tale disposizione creava un un sistema integrato delle comunicazioni (Sic), il quale si componeva della stampa periodica e quotidiana, editoria, radio e televisioni, internet, cinema e pubblicità; i detrattori della legge Gasparri ritenevano che la creazione di un mercato della comunicazione cosi vasto permettesse il mantenimento in ogni categoria di posizioni dominanti incontrastabili. Ciò è dimostrato dal fatto che mentre il limite della legge Maccanico era del 30% con ricavi corrispondenti a 12 miliardi, il limite della legge Gasparri era del 20% e i ricavi salivano fino a 26 miliardi. Ebbene tale impianto normativo è tutt'ora in vigore e difatti il dibattito su di essa e sul derivante conflitto d' interessi è ancora attuale.

A proposito di conflitto d'interessi, vorremmo concludere il nostro affascinante percorso ponendo alla vostra attenzione un video che ci spiegherà come il conflitto d'interessi, argomento sbandierato in lungo e in largo dalla sinistra italiana, sia stato solo oggetto di propaganda ma mai oggetto di una legge seria ed equilibrata.


metti questo video a fine articolo

https://www.youtube.com/watch?v=uDQaYwgbG9Q



antonio di giorgio

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