la televisione nella politica

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la televisione nella politica

Messaggio  paolo il Lun Feb 07, 2011 2:18 am

Dopo aver parlato del conflitto d’interessi in Italia e di come l’Europa giudica questa situazione, concludiamo il tema della comunicazione analizzando i vantaggi che comporta una campagna elettorale improntata mediaticamente sulla televisione. Precisamente la nostra analisi partirà dal 1960, anno in cui venne trasmessa la prima Tribuna Elettorale televisiva.

Prima di questa data, le principali forme di comunicazione della politica erano scritte murali, manifesti e soprattutto comizi, che sancivano la partecipazione diretta di quella parte della popolazione interessata. Al contrario di oggi, un partito politico non era un’entità astratta lontana per dal proprio elettore, bensì era considerato un centro d’aggregazione nel quale si sviluppavano liberamente le coscienze. Essi in altre parole rappresentavano i vari gruppi sociali presenti nella società italiana post bellica, e improntavano il loro programma in base al proprio elettorato ed alle ideologie di riferimento. I politici dell’epoca non compresero subito le forti potenzialità che aveva l’apparato mass mediatico e continuarono nei loro discorsi fortemente ideologici riferiti solo al proprio elettorato, non cercando minimamente di accaparrare consensi verso elettori idealmente lontani e denotando una certa goffaggine dinanzi alla telecamera.

Il punto di cambiamento si raggiunge nel 1975, quando fu attuata la Riforma del sistema radiotelevisivo non a caso in concomitanza con il nascere e lo svilupparsi della televisione commerciale. In pratica si assiste ad una lenta ma considerevole destrutturazione della forma-partito tradizionale a favore di una visione della politica improntata sulla figura centrale dei leaders, che divengono soggetti attivi della pubblicità televisiva; è bene sapere che la spesa pubblicitaria convogliata sulla televisione raggiunse all’epoca il 12%. I partiti si fanno dunque più consapevoli della capacità del medium di stravolgere il rapporto fra leaders ed elettori, si va rompendo il legame con il c.d. elettorato di identificazione proprio attraverso il medium, che, con la sua capacità di penetrazione, investe l’intera società: la militanza e la partecipazione diretta vanno lentamente scomparendo di pari passo con l’ascesa di una nuova retorica che non fa riferimento all’appartenenza, ma che si rivolge ad un pubblico eterogeneo cercando di suscitare passioni di facile consumo.

Con le modifiche introdotte dal referendum sulla preferenza unica (1992) e con la legge che sancisce la scelta del maggioritario (1993), si assiste ad un mutamento sostanziale della comunicazione elettorale. Il sistema dei media è sempre più indirizzato verso la commercializzazione dei suoi prodotti ed anche per questo si realizza un connubio naturale con le nuove forme partito. I canali della comunicazione non sono più i comizi, le sezioni, il volantinaggio, i manifesti, i militanti ma si riducono nelle mere trasmissioni radio-televisive.

Questo processo evolutivo ha portato alla formazione di una democrazia plebiscitaria, intendendo con questa espressione un’era politica denominata II Repubblica, nella quale vi è un attore protagonista che si incarna nella figura del leader ed uno spettatore che comodamente da casa consuma il prodotto politico. Per la maggior parte dei partiti odierni, le attività di sezione sono state parzialmente sostituite dalle interviste, dai talk show, dai programmi televisivi di approfondimento; forse una delle poche realtà politiche che non ha acquisito questo modello è il partito della Lega Nord, che ancora gode del privilegio di un elettorato di appartenenza.


Paolo Bovieri e Antonio Di Giorgio

paolo

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