The Horror Show

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The Horror Show

Messaggio  vale il Lun Mar 07, 2011 10:51 pm

Ancora sventoliamo lo stendardo del progresso, dell’evoluzione della specie nei costumi e nei gusti, e ci vantiamo di costituire oggi una società razionale e soprattutto civile. Eppure ci basta dare uno sguardo alle nostre spalle per comprendere che, nel corso della storia, l’oggetto della bramosia dell’uomo ha sempre mantenuto le stesse sembianze.

A partire dall’Antica Roma, quando la plebe si dilettava ad ammirare le fauci dei leoni, in trepida attesa che esse divorassero un uomo, passando per le piazze settecentesche delle grandi città europee ove il popolo si accalcava per vedere esalare l’ultimo respiro dei giustiziati a morte, fino ad arrivare ad oggi: la spettacolarizzazione della morte ha sempre rappresentato il culmine dei nostri interessi. La violenza fa leva sui nostri istinti primordiali, sul desiderio di sopraffare e allo stesso tempo partecipare al ciclo vitale. La sola differenza tra ieri ed oggi è che tra noi e la morte s’insidia una scatola parlante chiamata televisione. Basti pensare che ogni 4 minuti il nostro caro ed insostituibile televisore trasmette immagini di violenza.

Tuttavia negli ultimi mesi la tv ha subito un’ulteriore metamorfosi in tale direzione che l’ha condotta a trasformarsi nella c.d. “tv del dolore” in nome del “Dio Audience”. Un fenomeno questo che trae spunto dai recenti fatti di cronaca che hanno sconvolto l’opinione pubblica italiana. Sapete già a chi mi riferisco. In tale contesto, nessuno di noi può tirarsi fuori dal gioco dei ruoli imposto dai media, in cui noi tutti siamo i morbosi telespettatori dell’horror show. Alla morte di Yara Gambirasio e Sarah Scazzi non è stato concesso nemmeno un minuto di silenzio, ma soltanto gridi di odio, accuse, giudizi e lacrime.

Le trasmissioni televisive, in particolare nel caso Scazzi, hanno oltrepassato le barriere del dolore che la famiglia si era costruita attorno a sé, riuscendo a creare un vero e proprio legame con i diretti interessati. La televisione ha infatti rappresentato e continua a rappresentare un punto di riferimento per lo svolgimento delle indagini; ne è una dimostrazione il programma televisivo di Rai Tre, “Chi L’ha visto”, che in occasione dell’epilogo “apparente” della scomparsa di Sarah ha annunciato in diretta a sua madre il ritrovamento del cadavere. Una trasmissione dunque fondata sul principio “the show must go on”, anche quando c’è in ballo una vita. Un ulteriore esempio ci è offerto dal programma di Rete 4 “Quarto grado”, che ha registrato negli ultimi tempi un boom di ascolti grazie alla trattazione, confusionaria e ripetitiva, dei misteri legati ai casi sopraccitati.

Nonostante ciò sarebbe sbagliato puntare il dito contro una o due trasmissioni, perché tale speculazione è stata effettuata da ogni genere di programma televisivo. Eppure questi episodi fanno sorgere una semplice domanda: Perché? Perché il pubblico è tanto interessato a tali casi di cronaca al punto di effettuare delle vere e proprie processioni dell’orrore nei luoghi del delitto? Che cosa spinge i protagonisti delle vicende a subire degli interrogatori di fronte ad una telecamera? L’unica risposta che ad oggi riesco a dare è che dietro all’ossessione dell’apparire, dietro al desiderio morboso di sapere, si cela la banalità, la banalità del male.

Valeria Fiormonti

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